Category Archives: Racconti brevi

Storie in 100 Parole – 100 Words Stories – Ottantanove piani

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– English translation below the picture –

La caduta delle Torri Gemelle, 11 settembre 2001. Una disgrazia che ha segnato i cuori. Ogni dettaglio vivido ancora nella memoria. Dedicata alle vittime dell’attentato e ai Vigili del Fuoco che quel giorno persero la vita nell’operazione di salvataggio di alcuni civili. Che riuscirono a mettersi in salvo.

Nel 2013 Giulio Perrone editore la seleziona e pubblica per un concorso di brevi racconti. E’ pubblicata nell’antologia Storie in 100 parole nella collana L’Erudita.

ISBN 978-88-6770-063-9

Ottantanove piani
Anna Mosca

Ottantanove piani non fanno un concerto, ma una tragedia silenziosa.
In tre salgono controsenso verso una manciata di condannati, la porta è bloccata.
Un buco poi un pugno passa il muro, due visi appoggiati a una parete si ascoltano respirare.
L’ultimo del piano racconta, l’incendio infuria contro il cielo, e loro trecento metri per raggiungere terra, duemila scalini lenti e calmi contro il terrore. Quanti pensieri silenziosi, prepotenti tra un passo e l’altro, lacrime implose, disperatamente forti.
Fuori cenere, brandelli e corpi varcano l’aria, scomposti tetri fuochi d’artificio, causa del silenzio più abbagliante. Il terrore, mi hanno raccontato, è bianco.

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Cover Storie in 100 parole Perrone

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9-11, September 2001. The fall of the Twin Towers. A tragedy that shattered our hearts. Every detail is still sharp. This short story is dedicated to all the victims of the terrorist attack and, mostly, to the firemen that lost their life while trying to help some civilians. Who made it.

In the year 2013 it is selected by Giulio Perrone Publishing for their Short Stories Competition. It is published and can be read (in italian) in the volume Storie In 100 Parole (100 Words Stories) for L’Erudita.

ISBN 978-88-6770-063-9

Fiabe in 100 parole – 100 Words Fairy Tales

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– Post in Italian and in English –

Le fiabe sono magiche, oggi come allora. Giulio Perrone editore indice un concorso per fiabe lunghe solo 100 parole. La mia viene accettata e pubblicata nella collana L’Erudita.

Eccola qua, tratta da Fiabe in 100 parole:

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LA BAMBINA INDACO
di Anna Mosca

In una piccola torre sul mare viveva una bambina vestita d’azzurro. Aveva un piccolo balcone e tante piantine da accudire. Quando usciva sotto al sole si versava sulle piante e sembrava di cielo tanto era leggera e felice. Ma quando la notte scendeva si nascondeva e a volte diventava molto triste. Dimenticava che aveva un letto caldo, un gattino nero, un buon libro e la luce delle stelle tra le lacrime. Solo quando aveva un cuore grato dormiva bene. Allora sul cuscino i suoi capelli d’oro sembravano corona e volava dentro e fuori i sogni, portando nelle braccia infiniti colori.

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ISBN 978-88-6770-069-1

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2014-05-12 23.31.17

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Fairy tales are magic, today as it was before. Giulio Perrone Publishing announces, a few months ago, a competition to write fairy tales only 100 words long. Mine is accepted and published. The book is only in Italian but as the fairy tale is almost a poem I decided to translated here for those who will be interested in it:

THE INDIGO GIRL
by Anna Mosca

Once upon a time, a girl perpetually clothed in a beautiful shadow of blue, lived in a tower, right by the sea. She had a small balcony filled with potted plants to care for. When she poured herself out to them, under the sunshine, she seemed to be part of the sky, light and happy. But, when night came, she hid away, sometimes feeling really sad. She was forgetful about her warm bed, her black kitten, her books and the light of the star shining among her tears. Only when she had a grateful heart did she have a good night sleep. Then, her golden hair on the pillow looked like a crown and she was flying, in and out of many dreams, carrying in her arms infinite colors.

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Amarsi, racconto di una conversazione interiore, 2012

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-Amarsi-

Racconto di una conversazione interiore

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“Ruggine e ossa”, vedo questo film e si ferma tutto; il fiume di lava che scorre brucia, consumando il terreno e si solidifica. Scossa e pietrificata nello stesso tempo. I pensieri, veloci, si rincorrono per divorarsi uno con l’altro. Non guardo il cellulare non voglio sapere se ha chiamato, se ha scritto, se mi aspetta, cosa ha da dirmi, se ha da dirmi qualcosa oggi.

La vita è sfida e, a volte, la nostra lotta dura troppo a lungo per capire che abbiamo riguadagnato il nostro posto e la nostra dignità anche senza le gambe di prima. Troppo a lungo per capire che non ci si accomuna con i deboli perché ci si sente deboli, perché gli stessi ci porteranno a fondo nelle loro paludi di chiacchiericci e vanità.

Gente che non sa cosa vuol dire ricominciare, che non sa cosa vuol dire riprendersi la vita, dopo aver perso il controllo del proprio corpo.

Che non sa rimettersi in piedi, che parla, parla, parla e, al posto tuo, si nasconderebbe dalla vergogna. Che, codardi, prima o poi ti infilzano con un’occhiataccia, con una battuta, con un dito, perché sono in imbarazzo puro, che loro sono solo contabili o commesse delle file più grette. Sedentari che non rischiano mai, che non sanno essere diretti e sicuri delle loro prese di posizione, gente che, senza gambe, ammuffirebbe in un angolo.
Perché mi dico, con quello che ho passato e superato, io devo difendermi. E difendere quello che ho riconquistato, quello che sono diventata. Perché poi si diventa più forti, perché bisognerebbe non sentirsi menomati, e saperlo.

Dover scegliere, non essere scelti.

Ecco, ricordo tempo fa d’essere stata portata in mare, in braccio, da un innamorato tanto stavo male, che mi teneva per mano in acqua, àncora alle mie vertigini, quando avevo circumnavigato il mondo in solitario un paio d’anni prima. Di esser stata derisa da ragazzette che ci avevano avvistato, da altri abbandonata e tradita ferocemente,  e di non essermi fatta un tatuaggio su tutto il corpo. Quelli veri di tatuaggi, non quelli alla moda piccolini, ma uno di quelli che allontanino tutti i parrocchiani. Perché dico, il tatuaggio ce l’ho proprio sotto la pelle e, quando mi spoglio, e lo vedono, loro sanno di non essere alla pari; perché il pelo biondo e l’occhio grande non sembrino favoletta rosa. Tanta la grinta, tanti i successi precedenti, poi per un lungo periodo così debole, a lungo sdraiata credendo di non avere più le gambe.

Lui cammina su una gamba sola con determinazione e forza e non si ferma, non si ferma, non si ferma. Io non posso fermarmi, non posso arrotolarmi in un angolo, come un piccolo verme, e piangere perché non si tratta di ingiustizia ma di opportunità. Perché il diavolo non vende droga e tatuaggi, il diavolo ti indebolisce da dentro e ti circonda di superficialità, di teli sintetici, di ragnatele mortali e di persone che amano accarezzare la plastica. La farfalla però esce da un bozzolo da seta, non da una pozzanghera di petrolio. Fa fatica. Finalmente orgogliosa mi dico, sto uscendone e voglio essere più forte di prima, chiudere il cerchio, non farmi calpestare, non pensare troppo, non chiacchierare troppo e neppure perdermi in nuvole strane, vagando, spersa. Voglio essere io, con la mia forza centuplicata, con la dolcezza di fondo che scaturisce solo dalle prove. E che io possa dire, adesso, ad alta voce:

Ci sono stata, ci sono passata, e non cambio rotta, non cerco scorciatoie. Mi farò rispettare.

Camminerò, proprio con questo corpo che mi aveva abbandonato, con la mia determinazione spezzata e che ora ricresce nuova, su ossa d’acciaio, su un percorso di vita piena. Ecco finalmente un racconto d’azione, una storia anti-eutanasia, un amore. E’ stato come un tuffo profondo per me, ora risalgo piano. Ecco cosa è la luce, il fiato di vita, viene da dentro noi e pure viene dall’alto, dalla grazia e non dalla codardia. Così io divento un’epistola, mi racconto, nel mio piccolo, come Hawaii, come il bucaniere. Lui è un pirata perfetto – inaffidabile. Ma se l’ho incontrato ci sarà un perché. Lui mi porta in giro per la sua città orgoglioso, tirandosi dietro un arto quasi morto. Non si preoccupa degli sguardi altrui né delle nostre differenze. Si siede e mi si tiene contro. Lui, io, il cane, stiamo tutti stretti. Io neppure mi sono accorta delle stampelle sul sedile posteriore. Non le usa quando è con me. Lui non si ferma. Io, ogni tanto, mi inceppo. Ecco, capire che si deve tener duro, che si può essere importanti anche senza essere infallibili e contribuire al benessere degli altri, che ci si adatta a tutto e che ci si rafforza. Che ci vuole elasticità, che ci vuole movimento, spontaneità, vulnerabilità e che servono anche dei sorrisi, mentre si naviga.

Ora la smetto e lo chiamo.

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Questo racconto ha vinto il primo posto al concorso indetto dalla rivista Vorrei ed è stato pubblicato il 19-12-2012.
In seguito sarà il primo racconto ad aprire la raccolta che sarà pubblicata da Vorrei nei 2013.
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“Seduta finché in piedi.”

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“Seduta finché in piedi.”

Concludo così la conversazione con il controllore del treno 1535 diretto da Milano Centrale a Imperia Porto Maurizio. Tempo di percorrenza previsto ore 4.10. Sabato 3 Settembre, ore 9.10. Ridiamo, la frase ha un che di assurdo, di sconclusionato, ma le condizioni di viaggio non sono da meno.
In questo momento sono anche l’unica ad avere una piccola fonte di luce, lo schermo del mio computer. Dentro le gallerie si piomba nel buio totale, cadono i giornali e i libri dalle mani dei viaggiatori sorpresi, delusi e si rompe il silenzio. Borbottano, si lamentano sottovoce, mi chiedo perché, piuttosto, non intoniamo un canto rivoluzionario ad alta voce. Prigionieri di un sistema che serve vittime, che pagano per servizi non offerti, per essere sviliti. Lo so la mia faccia al buio con questa lucina blu avrà un che di spettrale mentre gli altri cinque passeggeri nello scompartimento mi guarderanno con invidia. Con i loro occhi, puntati su di me, nel buio, parlo anche in loro vece. Questa galleria sembra infinita.
Succede che il primo sabato del mese di settembre Trenitalia proponga un treno con una sola carrozza di prima classe, rispetto alle solite due. Non che viaggiare in prima sia una scelta snob. Le altre carrozze sono tutte piene quindi resta solo la possibilità di comprare il biglietto in prima. Con un’esplicita dicitura al posto dei numeri posto e carrozza: Posto a sedere non garantito. Ossia paghi un biglietto di prima classe e stai in piedi in un corridoio che non ha neppure quei piccoli sedili a ribalta. Credo non ci resti che ringraziarli che i bagni non siano ancora a gettone. Un paio di giorni fa ho dovuto percorrere quattro vagoni per accedere a un bagno funzionante, per assistere al meraviglioso fenomeno da museo della scienza e della fisica, dell’acqua di scarico che saliva verso l’alto piuttosto che scendere verso il basso. Il che non solo mi ha donato una nuova esperienza e soggetto di conversazione da aperitivo con amici dallo stomaco forte ma mi ha anche chiarito le idee sul perché le persone che tornavano dal bagno quel giorno avevano sempre uno strano odore. Mi ero chiesta: Ma cosa fanno questi nei bagni, ci cadono dentro? No, é lo scarico che sale a loro. Un‘esperienza sbalorditiva, unica.
Conclusa questa parentesi, visto che non ho nessuna intenzione di attraversare, al buio, un corridoio stipato di valige e persone già stanche, per visitare i bagni del 1535 del 3 settembre, torno allo stupore mattutino. Di quando, in anticipo di un’ora, ho percorso la banchina su e giù per capire il numero discontinuo delle carrozze. Dopo la prima carrozza sulla quale compariva un numero stampato su carta: 1, si passava a vagoni di seconda ma che cominciavano con il 4, per poi passare al 2 poi al 3 ed infine al 5. Non solo mi era toccato pagare 8 euro in più, dovevo continuare a districarmi tra numeri a sorpresa. Finché il bigliettaio che si aggirava tra i vagoni per raggiungere la carrozza 8, in testa al treno (ma la più lontana di tutte) eremo sicuro dalle ire dei passeggeri, specifica che: se sul biglietto appare la data e l’orario non serve la vidimazione alle macchinette frequentemente lampeggianti e senza inchiostro. Lo taggo e chiedo conferma. Delucidazioni sui biglietti emessi oggi: Fintanto che non arriva chi ha prenotato io resto seduta qui finché non sarò costretta a stare in piedi? Sì, e ride, finché può. Trenitalia, sorgente di filosofia profonda.
Intanto nel corridoio buio si aggira una cinese con una provvidenziale torcia determinata a raggiungere uno dei bagni a sorpresa.